mercoledì 25 gennaio 2012

Convalescenza

L'individuo accetta, anche se non sa di accettare.
Torno in possesso delle mie facoltà mentali dopo un po' di tempo condite da una sana voglia di scribacchiare qualcosa.
Le mie solite cazzate del tipo il lavoro debilita l'uomo.
È ciò che penso, in queste giornate nichilistiche che sembrano eterne.
E c'è un confine così sottile che può essere in realtà un abisso nel desiderio di libertà assoluta.
La libertà sta nel pensiero, nell'espressione, quella che ricercano artisti e scrittori.
Perché l'individuo medio accetta, e trova del tutto naturale accettare.
Ma l'individualista pretende, pretende di più.
Se per l'individuo è naturale sottostare a leggi e imposizioni, se per l'individuo è naturale lasciarsi scorrere addosso queste costrizioni e questa vita da schiavo che siamo costretti a subire, per l'individualista è una vera vergogna.
Come possono usurpare le nostre vite, come possono privarci di ogni minima libertà di controllo su di esse?
L'individualista pretende ed è ambizioso, ha l'ambizione di poter fare veramente ciò che vuole.
Il pensatore sa.
Il pensatore sa vedere le sbarre che lo circondano, il pensatore non si lascia trascinare da una muta rassegnazione.
Perché il pensatore in quanto a tale sa.
Sta a noi decidere che ruolo ricoprire, se essere un semplice individuo o un pensatore individualista, che nella sua eterna misantropia e nei suoi atteggiamenti da eterno ragazzino che pone se al centro del suo mondo è avido e bramoso di libertà sconfinata.
La libertà di sfuggire da quella trappola che è un otto capovolto, che è infinita e scorre nelle menti, il cancro vero dell'umanità sta nel suo lasciarsi perfettamente condizionare dalle regole senza chiedersi il perché delle regole.
Perché dobbiamo fare un lavoro che odiamo in un paese che odiamo in mezzo a gente che odiamo sotto un governo che odiamo con delle regole che odiamo.
Perché siamo schiavi dei soldi.
Del lavoro.
Perché se non nasci in un certo paese o in una certa famiglia non potrai mai fare quello che vuoi veramente.
Persino nel farci del male, siamo bloccati. Perché rischiamo anche di fare del male agli altri.
La nostra dignità in quanto essere pensatori consenzienti è un vacuo fantasma, e il nostro libero arbitrio, un luogo comune.
Se non cambierò idea col tempo, rimarrò sempre un'insoddisfatta pessimista oppressa pensatrice.  

venerdì 13 gennaio 2012

Rimandiamo

Se qualcuno qui è di buon umore e l'ultima cosa che vuole è qualcosa che scalfisca esso (ammesso che ne sia in grado con i miei "pensieri mediocri"), non legga. Altrimenti, accomodati pure e sprofonda anche tu in questa melma vorticosa e male odorante. 

As usual, inizio un post dicendo: sono sul treno.
Precisamente il Pisa Centrale, quello che mi molla giù a Brescia ogni mattina per andare a scuola.
Proprio per il fatto che rimanendo sul treno andremmo a Pisa, io e la mia compagna di viaggio, praticamente ogni mattina, partiamo con la domanda retorica: bruciamo, andiamo a Pisa?
Ogni giorno che si presenta come un inferno, o come un peso, arriva quella domanda.
E questo è uno di quei giorni, in cui il mio corpo cammina per un riflesso incondizionato dell'inerzia, e si trascina per quelle azioni meccaniche, con un'energia misteriosa che non proviene dalle ridotte ore di sonno, dove se i sogni si degnano della loro presenza lo fanno per segnarmi la mente con incubi enigmatici.
E arriva la frase: Andiamo a Pisa? Bruciamo?
Restiamo sul treno. Non scendiamo dove scendiamo di solito, ci ribelliamo a questa vita programmata, evitiamo di imporci ruoli forzati che non abbiamo mai scelto, evitiamo le persone che non vorremmo vedere.
No. Non succede niente di tutto questo.
Scappiamo via, lontano, scappiamo.
No. Non succede niente di tutto questo.
-Ma fa freddo però.
Fa freddo, dico io.
-Ho pochi soldi.
Ho pochi soldi, dico io.
-Un'altra volta, dai.
Un'altra volta, dico io.
Rimandiamo.
Scapperò, mi circonderò dell'illusione di essere libera, mi rivolterò contro tutto ciò che non voglio, parlerò io e non l'io che non mi appartiene, un'altra volta.
Un altro giorno.
E oggi, oggi è solo uno dei tanti interminabili giorni. Uno di quelli che vivi e non ti ricordi, che dimenticherai presto, perché è il tuo fantoccio animato quello che gli altri vedono.
Pisa non è la meta della mia vita. Ma ogni volta che si presenta la proposta di una fuga momentanea, la mia mente quasi si accende. Per poco.
E poi
resta in standby.
Più lontano, più lontano. Un posto dove essere felici. Un posto dove imparare ad accettarsi. E ad accettare. Accettare tutto quanto, dove lasciare indietro la muta frustrazione.
Accettare, e non sopportare.
E se fa qualcosa fa male, combatterla e vincerla, senza un tentativo di abituarti.
Dove l'idea di rassegnazione
è così distante
e sconosciuta.
Più lontano di così. Un posto dove non ci sono le orme del tuo cammino, i fantasmi del tuo cuore, le radici del tuo disagio.
Dove essere liberi, e trovare quel calore.
Per sempre, che è una parola infinita, ma di sole sei lettere.  

La tua musica, la senti, ma non con le orecchie. Sentire non è il termine appropriato. Percepire, forse lo è. 

domenica 8 gennaio 2012

Considerazioni eventuali e accidentalmente sintetiche

Il primo momento che ho avuto libero per pensare è stato il viaggio dall'aeroporto ai dintorni dell'hotel. Londra, Inghilterra. E il paesaggio londinese.
Nella tavolozza dei colori a tempera per un ipotetico dipinto ci sarebbero stati: marrone, verde marcio, grigio, beige.
Gli alberi sono completamente spogli, tutto sa di freddo, eppure la natura abbonda.
Nudi delle loro foglie, si ergono prepotentemente in alto come a sfidare la forza di gravità, la cosa più carina è che si possono vedere chiaramente i nidi degli uccellini, ricoperti da un cancello di rami intricati e protettivi.
Le casette sono tutte attaccate, le finestre sono tutte contornate di bianco, sui tetti numerosi caminetti dall'aspetto grazioso.
Nel complesso, un paesaggio decisamente gradevole.
Poi Londra, l'hotel che sembra veramente l'interno di una roulotte, dai pavimenti scricchiolanti in legno che chissà quante persone hanno visto, quante persone sono passate.
Le cabine del telefono rosse, rosse come i bus a due piani tipici del posto, abbazie imponenti e inquietanti, i market insulsi piccoli ed economici.
Eppure, c'è un qualcosa di misterioso che ti porta ad amare tutto questo.
Quando poi mi si presenta agli occhi Picadilly Circus e Trafalgar Square, la mia mente è occupata da un unico pensiero.
Vediamo così spesso le imitazioni delle grandi metropoli ovunque, dai centri commerciali alle piccole città arroganti che vogliono riprodurre questi modelli, che quando incroci una metropoli del genere fai fatica a renderti conto che è vera.
Il cibo? Effettivamente pessimo. Il caffè? Pure. Soldi? Volati.
Ma non riesci a non amare tutto questo. Portobello road di sabato è un suicidio, affollata all'inverosimile, teste pietose di volpi pietose appese accanto a maglioni a 10 pounds, un'insieme di oggetti inutili ma dall'aspetto indubbiamente attraente, e di persone di ogni etnia con storie svariate da raccontare.
Un vecchio tiene sulle spalle un piccolo cane e gli passa del cibo, la mani tatuate di scritte sbiadite col tempo.
Un duo di musicisti dalle fattezze bohémien improvvisano qualche canzone misteriosa tra un contrabbasso e una chitarra acustica, cantando con la voce grattata di chi ha fumato troppo.
I soliti imitatori di statue, una donna dal viso sfiorito dai segni della vecchiaia che si apprestano ad influire canta, una voce armoniosa.
Ed è sola, tra una folla di gente.
C'è chi viene urtato da te ma che ti chiede comunque scusa, c'è chi percorre le scale della metro a sinistra, di fretta perché deve andare al lavoro.
Ci sono le studentesse in gonna a pieghe e camicia, ci sono i ragazzi troppo belli per guardarti anche solo un'istante che leggono libri di 800 pagine sulla metro, isolati da tutto il mondo.
Gli scoiattoli che corrono nei parchi e che si avvicinano per controllare se hai del cibo da offrire loro, non si sa mai.
Tutto ciò che può accadere qui è imprevedibile, non può essere già scritto.
Sarò ripetitiva forse, ma come si fa a non amarla?

lunedì 2 gennaio 2012

Punti di vista che appaiono per un singolo individuo una realtà universale

I libri di filosofia non dicono mai che Nietzsche è impazzito di sifilide.
O che Platone andava con i suoi allievi, con dei ragazzini.
O non troverai sui libri di letteratura che D'Annunzio amava farsi cagare in faccia, trovava una gioia perversa nell'osservare l'ano dilatarsi.
Io non sto dicendo cose oscene, sto parlando di cultura.
La verità è che alla cultura dobbiamo dare un tono solenne e spocchioso, come se non fosse da tutti saperla lunga.
In realtà è così, per avere la cultura è necessario studiare. Leggere, sapere, tutto ciò che richiede impegno e una mente indubbiamente attiva e scattante sull'attenti.
Ma se ci pensi bene, studiare è da tutti. Chiunque, anche il più stupido, se si applica, è in grado di imparare e apprendere e di ripetere a memoria come una macchinetta concetti importantissimi per l'intera umanità.
Ecco che cosa penso spesso e volentieri quando osservo distrattamente compagne o compagni di classe estremamente secchioni, così dicono, tanto da meritarsi una pagella oro invidiabile per chiunque. C'è addirittura chi snobba me considerandomi a priori estremamente stupida perché non vado bene a scuola.
Forse dovremmo rimescolare questo concetto e trasformarlo in: perché in realtà non studio perché non ne ho voglia, o non studio quello che non piace a me.
Pensaci bene, in fondo la cultura è mainstream e quindi alla portata di tutti, tutti possono studiare e imparare a memoria.
Ma la capacità di riflettere e di studiare per il solo piacere di farlo, per il solo piacere di imparare cose nuove e quindi trarne profitto unicamente per sé stessi, è una cosa andata un po' persa.
Non mento se ti dico che se tu mi dessi le stesse identiche cose da studiare e non da studiare per un voto e per la sopravvivenza ma da studiare per me stessa, io lo farei.
In realtà me ne sono resa conto con un cambio di docente di italiano. Tutti i libri che la precedente professoressa ci imponeva (perché questo è il termine esatto) di leggere ora li leggerei più che volentieri, solo per me perché sono io che decido di farlo e io che ho voglia di leggerli.
La dove si va a parare su libertà e su imposizione, la mia mente è contraria ad assecondare la cosa.
È così che il senso di superiorità di chi si considera saccente perché sa fare tre calcoli o perché sa tutta la tavola di Mendlev a memoria non mi tange particolarmente, anche perché sono convinta che c'è un bell'abisso tra intelligenza e conoscenza.
Non sempre le cose sono legate.
Posso sentirmi stupida per molti motivi, mi sento stupida per molti motivi, ma non potrò sentirmi stupida perché non vado bene in matematica o perché non ho studiato per filosofia quella volta.
Conosco molte persone intelligenti che vanno anche bene a scuola, ma non credo minimamente che le cose siano une le conseguenze delle altre, così come conosco geni che sono stati bocciati.
Così come conosco molte persone dedite allo studio che di loro spontanea volontà non aprirebbero mai un libro e non penserebbero mai di approfondire qualche argomento trattato a scuola, perché oltre allo “studio perché devo” non c'è il minimo interesse.
In realtà io so di essere ignorante (so di non sapere; se proprio vogliamo fare i Socrate della situazione), tuttavia leggo perché mi piace, e ho una vasta lista di libri che voglio leggere, e sono fermamente convinta che se qualcuno mi dicesse di leggere uno dei libri che ho in mente per la scuola io lo eviterei di proposito. Sono due concetti così distanti e diversi, che mi chiedo da cosa nasca la presunzione di essere superiori agli altri solo per la semplice conoscenza.
Riflettere ed avere delle proprie opinioni riguardo ad un determinato argomento, che può essere la vita la morte come la cacca e come tutto quello che vuoi, piuttosto, è molto importante. Non farà per forza di te una persona geniale, chiaro, ma in un mondo dove l'unica cosa che non ci hanno ancora proibito è il solo pensare (perché non sono ancora riusciti a farlo), perché non approfittarne?